fbpx

È nata "La Petite Méthode"

All’inizio di questa emergenza vi avevamo parlato di A., un ragazzo senegalese con problemi di salute cronici che ci faceva notare in un messaggio vocale tanto dolce quanto drammatico che lui a casa non ci poteva restare, perché una casa non l’aveva.

Grazie al lavoro compiuto nei giorni successivi con incontri, riunioni virtuali e l’impegno non solo nostro ma anche del parroco e della comunità della Chiesa di San Vincenzo De’ Paoli siamo riusciti a dare, finalmente, uno spazio sicuro dove A. e M. possono stare durante la quarantena. Coerentemente con l’accordo raggiunto in precedenza con la comunità parrocchiale, lo spazio avrebbe dovuto essere destinato unicamente a dormitorio notturno. Tuttavia con l’arrivo dell’emergenza e grazie alla solidarietà della comunità, da dormitorio lo spazio è diventato un posto che assomiglia di più ad una casa. A farci capire davvero la differenza tra le due cose è stato il  sorriso di M. nel vedere la stanza, uno spazio che in qualche modo, anche se temporaneamente, avrebbe potuto sentire come proprio per davvero. Infatti abbiamo capito che spesso la percezione di precarietà per chi ormai vive una condizione simile da mesi, se non anni, non sparisce quando si ha semplicemente un tetto sulla testa. Quando si vive per strada, avere un luogo in cui sentirsi al sicuro è certamente indispensabile in questa fase di emergenza sanitaria per non ritrovarsi accusati di essere possibili untori, e per essere protetti in prima persona dal possibile  contagio. Allo stesso tempo però non è sufficiente una sicurezza fisica:  anche il benessere psicologico deve essere garantito, soprattutto in persone che, come chi ha affrontato duri e lunghi percorsi migratori, hanno storie traumatiche alle spalle.

Dopo il primo sorriso altri sono stati i piccoli grandi passi fatti in queste settimane : la possibilità per A. e M. di poter davvero dire #iorestoacasa e sentirsi parte di questa narrazione dominante in quanto portatori di un diritto ma anche di un dovere; ma anche il miglioramento graduale delle condizioni di salute di A. è stato un traguardo importante. Con i piccoli successi però, sono arrivate immancabilmente anche le piccole difficoltà: la noia, il senso di incertezza rispetto al futuro, la frustrazione e l’insicurezza di fronte a questa insolita e inaspettata emergenza e il fatto che A. e M. da semplici coinquilini destinati a condividere un nuovo spazio comune per dormire si sono ritrovati ad essere compagni di questa difficile quarantena, 24 ore al giorno. Quando i primi giorni noi volontari di Hayat andavamo a portargli il pranzo, un po’ si lamentavano l’uno dell’altro, come farebbe ognuno di noi nel trovarsi a vivere questa emergenza con persone nuove e appunto non scelte.

Le settimane passano e oggi ci rendiamo conto con gioia e commozione di come in poco tempo i due ragazzi abbiano iniziato a legare tra di loro, diventando complici nello scherzare con noi, e avendo un sincero occhio di riguardo reciproco. Dalla complessa condivisione degli spazi, piano piano sta nascendo un legame di supporto e sostegno reciproco in questo momento di isolamento forzato dal resto del proprio mondo.

Ecco quello che insieme ad A. ed M, alla parrocchia di San Vincenzo de’ Paoli, e con il supporto di Antoniano Onlus e Associazione Sokos stiamo imparando in questa quarantena: è il modo in cui creiamo legami e li coltiviamo ciò che aggiunge oggi più che mai significato alla nostra vita, come ci educhiamo l’un l’altro con cura e stupore e come creiamo un potere reale e sostenibile al servizio delle persone e della comunità anche e soprattutto nei momenti di difficoltà.

La comunità è il modo in cui ci solleviamo l'un l'altro e ci teniamo al sicuro l'un l'altro, in cui accogliamo, amiamo e trasformiamo quello che è la vita e la cosa migliore che possiamo fare in questo momento è forse davvero creare e sentirci comunità.